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Apple, Alphabet e Meta: il braccio di ferro in Europa per le Big-Tech statunitensi

  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 7 min


Articolo a cura di Matteo Biasetti

Revisionato da Francesca Russo

Introduzione

Negli ultimi anni le più grandi Big-Tech statunitensi hanno avuto numerose controversie legali con l’autorità Antitrust europea a causa del mancato allineamento al Digital Markets Act (DMA) e al Digital Services Act (DSA). Apple, Meta e Alphabet, i principali protagonisti, sono nel mirino del mercato europeo: in risposta, ad agosto, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato aumenti di tariffe e controllo sulle esportazioni per tutti i paesi le cui tasse, regole o leggi discriminano le Big-Tech americane.

“Come Presidente degli Stati Uniti, mi opporrò ai Paesi che attaccano le nostre incredibili aziende tecnologiche americane. Le tasse digitali, la legislazione sui servizi digitali e le normative sui mercati digitali sono tutte progettate per danneggiare o discriminare la tecnologia americana”, ha dichiarato Trump.

Nel frattempo, il colosso di Cupertino ha inviato un documento ufficiale alla Commissione Europea per chiedere di abrogare il Digital Markets Act, chiedendo inoltre di adottare “uno strumento legislativo più appropriato allo scopo".

Il Digital Services Act: obblighi e sanzioni

Approvato il 19 ottobre 2022, il Regolamento 2022/2065 – noto come Digital Services Act – è volto a regolamentare il mercato unico dei servizi digitali, con l’obiettivo di definire in modo più accurato la responsabilità delle piattaforme online per quanto riguarda la disinformazione, i contenuti illegali e altri rischi. Il Digital Services Act è volto a stabilire norme in grado di costituire un ambiente online sicuro, prevedibile e affidabile, facilitando, tra i tanti, il principio della protezione dei consumatori in modo effettivo.

L’ambito di applicazione si estende a tutte le piattaforme che ospitano contenuti, beni o servizi digitali rivolte a destinatari presenti nel territorio dell’Unione Europea. Obblighi più stringenti in materia di dovere di diligenza sono invece rivolti alle cosiddette Very Large Online Platforms (VLOP) e Very Large Online Search Engines (VLOSE): esse sono identificate come quelle piattaforme con oltre 45 milioni di utenti mensili nell’Unione Europea.

Gli obblighi di diligenza e trasparenza sono diretti a prevenire la diffusione di contenuti illegali, nonché contrastare la disinformazione online. In ragione di ciò, i fornitori devono rimuovere tempestivamente contenuti illegali segnalati dall’autorità o dagli utenti, valutare periodicamente dei rischi sistemici – soprattutto in periodi elettorali, nonché offrire ai propri utenti la possibilità di contestare decisioni di moderazione attraverso meccanismi di reclamo interni.

In aggiunta, le piattaforme più grandi devono condividere i propri dati con la Commissione Europea e con ricercatori accreditati, per garantire un controllo pubblico sulle dinamiche di diffusione dei contenuti online.

Per quanto riguarda le violazioni, i fornitori che violano un obbligo stabilito dal Regolamento sono soggetti a multe fino al 6% del fatturato globale dell’azienda; coloro che comunicano informazioni inesatte, incomplete o fuorvianti, nonché in caso di mancata rettifica di informazioni inesatte, incomplete o fuorvianti, o in caso di inosservanza dell’obbligo di sottoporsi a un’ispezione, sono soggetti a multe fino all’1% del reddito annuo o del fatturato mondiale.

Il Digital Markets Act: contesto e principi

Il 14 settembre 2022 il Parlamento europeo e il Consiglio dell’UE hanno approvato il Regolamento 2022/1925, relativo ai mercati equi nel settore digitale: il Digital Markets Act. Come recita l’articolo 1 – che definisce l’oggetto e l’ambito di applicazione – il fine è di contribuire al corretto funzionamento del mercato interno e rendere i mercati nel settore digitale più equi in presenza di controllori dell’accesso, anche detti gatekeepers. Il regolamento si applica ai servizi forniti dai gatekeepers agli utenti stabiliti nell’Unione; agli Stati membri non è imposto alcun obbligo per evitare una frammentazione del mercato interno.

Per “gatekeeper” si intende un’impresa che fornisce servizi di piattaforma di base, tra cui social network, motori di ricerca, sistemi operativi e molti altri elencati nel secondo comma dell’articolo 2 del Regolamento. Per essere designata come gatekeeper, un’impresa deve rispettare alcuni requisiti; tra questi, i più importanti sono avere un impatto significativo sul mercato interno, fornire un servizio che costituisca un punto di accesso (gateway) importante affinché gli utenti commerciali raggiungano gli utenti finali, e detenere una posizione consolidata e duratura nell’ambito delle proprie attività o che la acquisisca in futuro.

Il 5 settembre 2023 la Commissione europea ha designato per la prima volta sei gatekeepers: Alphabet, Amazon, Apple, ByteDance, Meta e Microsoft, con l’aggiunta di 22 servizi di piattaforma di base forniti dagli stessi. I gatekeepers hanno avuto sei mesi per garantire l’osservanza degli obblighi. Tra gli obblighi imposti rientrano la non discriminazione e accesso ai dati, secondo cui i gatekeepers non possono favorire i propri servizi o prodotti rispetto a quelli di terzi e garantire un accesso equo ai dati. Il regolamento promuove anche l’interoperabilità per i servizi di messaggistica e per le funzionalità di base al fine di ridurre le barriere di ingresso per i nuovi operatori.

 

Le sanzioni alle Big-Tech

A marzo 2024 la Commissione ha avviato un procedimento nei confronti di Alphabet, Apple e Meta ritenendo che non avessero messo in atto le misure necessarie al fine di adempiere i loro obblighi; a seguito delle indagini, ha applicato diverse sanzioni.

Ad aprile 2025, Apple è stata sanzionata per 500 milioni di euro per aver imposto commissioni che disincentivavano gli sviluppatori a usare link esterni o metodi di pagamento diversi da quelli dell’App Store. Questa condotta è stata ritenuta una violazione delle regole sull’anti-steering ai sensi dell’art. 5 par. 4 DMA, secondo cui il gatekeeper non può impedire agli sviluppatori di indirizzare gli utenti verso offerte, contratti o sistemi di pagamento esterni alla piattaforma.

Meta è stata sanzionata 200 milioni di euro per aver introdotto un abbonamento per chi rifiutasse la pubblicità personalizzata, che è stato ritenuto in violazione dell’art. 5 par. 2 DMA, il quale stabilisce che il gatekeeper deve chiedere il consenso esplicito prima di combinare o trattare i dati personali raccolti, e deve offrire un’alternativa equivalente per chi neghi il consenso. In merito, la Commissione ha ritenuto tale condotta non equivalente né genuinamente libera: si tratta del modello pay or consent riguardo alla scelta tra pagare un abbonamento o avere pubblicità personalizzate.

Infine, la Commissione ha inviato risultanze preliminari su possibili violazioni, con una multa da 1,3 miliardi di euro ad Alphabet per aver violato l’art. 6, dal momento che Google ha continuato a integrare i dati di piattaforme come Youtube e Google Ads al fine di mantenere vantaggi concorrenziali. Nello specifico, la norma al par. 5, in tema di non discriminazione e accesso ai dati, vieta di favorire i propri servizi nei risultati di ricerca rispetto ai concorrenti, e al par. 12 impone la trasparenza nei sistemi di advertising e il divieto di combinare dati da più fonti senza consenso.

Le multe sono state inflitte ai sensi dell’art. 30 DMA, prevedendo che nella decisione di inadempimento la Commissione può imporre ad un gatekeeper – in questo caso Apple, Google e Meta – multe non superiori al 10% del suo fatturato mondiale totale dell’esercizio finanziario precedente.

Le contestazioni delle Big-Tech e del governo americano

In risposta al continuo contenzioso, Apple ha ribadito che il Regolamento europeo mina la sicurezza e la privacy dei propri utenti, esponendoli a rischi informatici “senza precedenti”. L’azienda ha infatti affermato che il Regolamento sta lasciando sempre meno scelta ai consumatori europei, creando un panorama concorrenziale sleale: Apple ha dovuto ritardare alcune funzionalità nel mercato europeo, prima tra tutte la nuova traduzione in tempo reale tramite gli AirPods, in quanto inizialmente non conforme all’obbligo di interoperabilità sopra citato, per poi annunciare il suo arrivo anche in Europa. In aggiunta, con il nuovo aggiornamento (iOS 26.2) Apple rimuoverà in Europa la sincronizzazione automatica Wi-Fi tra iPhone e Apple Watch, sempre come conseguenza delle obbligazioni del Digital Markets Act. Google, invece, ha contestato le norme sulla neutralità algoritmica e sulla trasparenza dei risultati di ricerca, definendole come restrizioni che “limitano la capacità di innovare e migliorare la qualità dei servizi”. Meta, infine, ha contestato la limitazione alla condivisione dei dati a causa del GDPR in contrapposizione alla interoperabilità del DMA.

Da un altro fronte, il Presidente Donald Trump ha criticato duramente il continuo scontro tra le compagnie statunitensi e l’Unione Europea, arrivando a minacciare tariffe e controlli sulle esportazioni per tutti quei paesi che discriminano gli Stati Uniti attraverso tasse, norme o leggi sulle aziende tecnologiche. Trump ha oltretutto criticato il Digital Services Act: esso, infatti, obbliga le aziende tecnologiche a controllare più aggressivamente le proprie piattaforme. La minaccia, infatti, è conseguita alla recente sanzione a Google di 2,95 miliardi di euro per abuso di posizione dominante, avendo favorito i suoi servizi pubblicitari a scapito dei concorrenti dal 2014 fino ad oggi.

La risposta di Bruxelles

Paula Pinho, portavoce principale della Commissione, ha risposto alle accuse della Casa Bianca ricordando la sovranità del diritto europeo nella regolamentazione delle attività economiche sul territorio europeo. La Commissione ha oltretutto affermato che sia il Digital Markets Act, sia il Digital Services Act rispettano la libertà di informazione e trattano tutte le imprese allo stesso modo indipendentemente dal “luogo di stabilimento”.

Ancora più recentemente, la Commissione ha inviato una richiesta di informazioni, in base al Digital Services Act, ad Apple, Alphabet, Microsoft e Booking, per chiarire come intendano affrontare i rischi di truffe e frodi legate a piattaforme non controllate: si tratta di un passaggio “essenziale per proteggere gli utenti UE da alcune di queste pratiche”, con il chiaro obiettivo di verificare come queste piattaforme impediscano che i loro servizi siano usati da truffatori. La richiesta potrebbe oltretutto aprire la strada a indagini e sanzioni fino al 6% del fatturato globale delle società coinvolte.

Questa richiesta si colloca nella più ampia pressione regolatoria da parte dell’Unione nei confronti dei colossi statunitensi; secondo Vestager, il mercato digitale europeo “non appartiene a nessuno. Le regole valgono per tutti, anche per chi le ha create.” Infatti, l’Unione punta a costruire un mercato digitale equo, aperto e controllabile, senza permettere ad alcuna azienda di collocarsi al di sopra della legge europea.

La sovranità digitale europea

Già nel 2020, da una ricerca svolta dall’European Parliamentary Research Service (EPRS), era emerso come l’Unione Europea stesse perdendo il controllo sui dati, la capacità di innovazione e la possibilità di legiferare sul mercato digitale. Uno degli obiettivi prefissati a livello europeo dall’EPRS era la creazione di infrastrutture atte a ridurre le dipendenze esterne, aumentando la condivisione sicura dei dati: una chiara volontà di voler diventare indipendente per i mercati digitali.

A distanza di 5 anni, però, i dati parlano chiaro: oltre l’80% delle tecnologie e delle infrastrutture digitali europee è importato, e il 70% dei modelli fondamentali di intelligenza artificiale – a livello globale – ha origine negli Stati Uniti. Citando il Report 2024 di Mario Draghi, “l’Europa sembra attualmente destinata a rimanere ulteriormente indietro” per quanto riguarda la produttività nella tecnologia digitale.

Conclusioni e prospettive future

La normativa europea dimostra sempre di più di avere un problema comune: frenare l’innovazione e la crescita delle società che intendono investire in Europa. In questo caso, le Big-Tech che devono allinearsi alle Direttive europee sul mercato digitale continuano a subire sanzioni. Se da una parte lo scopo dell’Unione è proteggere i consumatori e gli utenti finali in territorio europeo, dall’altra questa eccessiva protezione disincentiva qualsiasi iniziativa per le società. La natura stessa del Regolamento potrebbe potenzialmente ostacolare la dinamicità del mercato europeo, avendo come effetto diretto il rallentamento dell’innovazione e della crescita economica.



Bibliografia

Discorso di Trump: https://www.ft.com/content/ff8d27d5-f95a-4554-ae5f-1ce6bad68826

Frodi online: https://www.ft.com/content/27c7e693-72c3-41a7-aac1-3bc449ffa2c2

UE blocca data sharing: https://www.ft.com/content/6596876f-c831-482c-878c-78c1499ef543

Big Tech vs UE: https://www.ft.com/content/a588d698-c97b-4f6a-b53d-aa497526097d

Apple e DMA: https://www.ilsole24ore.com/art/apple-chiede-all-ue-cancellare-legge-concorrenza-digitale-AHAdDCpC

Regolamento UE 2022/2065

Regolamento UE 2022/1925

 

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