La vendita di Warner Bros
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Aggiornamento: 13 ore fa
Articolo a cura di Vittoria Manzo
Revisionato da Giorgia Scognamiglio
Introduzione
La notizia della possibile vendita di Warner Bros. Discovery (WBD) ha scosso non solo Hollywood, ma anche i palazzi della finanza e del diritto.
Dietro le trattative tra grandi conglomerati mediatici si muove infatti una complessa rete di norme antitrust, principi di concorrenza e regole di governance societaria.
Il caso WBD rappresenta un banco di prova per comprendere come il diritto reagisca alle nuove forme di concentrazione economica nel settore dell’intrattenimento, dove contenuti, piattaforme e reti si fondono in un unico ecosistema digitale.
La nascita di Warner Bros. Discovery e la crisi immediata
Warner Bros. Discovery nasce nel 2022 dalla fusione tra WarnerMedia (ex proprietà di AT&T) e Discovery Inc. L’obiettivo era ambizioso: competere con giganti come Disney, Netflix e Amazon Prime Video, unendo cinema, canali TV e streaming.
Dopo tre anni, tuttavia, l’azienda si trova stretta tra debiti elevati, mercati saturi e crescente pressione concorrenziale.
Da qui la decisione di valutare la vendita o una possibile scissione in due società, separando la parte “Studio e Streaming” (Warner Bros., HBO/Max, DC Studios) da quella “Reti e News” (CNN, Discovery Channel, Eurosport).
Tra i possibili acquirenti circolano i nomi di Paramount Skydance, Comcast/NBC Universal e, più defilata, Netflix.
I limiti della legge antitrust negli USA
Ogni operazione di fusione o cessione di questo tipo è sottoposta a rigorosi controlli legali.
Negli Stati Uniti, il riferimento principale è la Sezione 7 del Clayton Act (15 U.S.C. §18), che vieta le concentrazioni “che tendano a ridurre sostanzialmente la concorrenza”, e l’Hart–Scott–Rodino Act, che impone una notifica preventiva alle autorità competenti: la Federal Trade Commission (FTC) e il Department of Justice (DOJ).
Dal 2023, le nuove Merger Guidelines del DOJ/FTC hanno reso i controlli ancora più severi: se una fusione porta un’impresa a detenere oltre il 30% del mercato, o aumenta l’indice di concentrazione (HHI) di almeno 100 punti, l’operazione è presuntivamente illegale.
Questo significa che un’eventuale fusione tra Warner Bros. Discovery e Paramount Skydance partirebbe già da una posizione difficile.
I precedenti
Nel 2019 Il DOJ cercò di bloccare la fusione tra AT&T (telecomunicazioni) e Time Warner (contenuti), ma la Corte d’Appello autorizzò l’operazione, ritenendo che non vi fossero prove concrete di danno alla concorrenza. Oggi, con un approccio più restrittivo, un esito analogo non sarebbe così scontato.
Nel 2011 fu approvata la fusione tra Comcast e NBC Universal solo a condizione che fossero adottati rimedi comportamentali, come l’obbligo di concedere contenuti ai concorrenti in modo equo (non-discriminatory access). Questo modello è quello che molti osservatori ritengono probabile anche per un’eventuale vendita di WBD.
Nel 1948 la Corte Suprema emanò una sentenza antitrust nell’ambito del processo United States v. Paramount Pictures, Inc. che vide la nascita dei cosiddetti Paramount Decrees, una serie di accordi legali storici negli Stati Uniti che imponevano la separazione tra studi e sale cinematografiche per evitare l’instaurarsi di monopoli.
Tuttavia, nell’agosto del 2020 i Paramount Decrees sono stati abrogati dal DOJ, aprendo la strada a nuove integrazioni verticali ma anche rimettendo in discussione i limiti tradizionali del potere dei grandi studios.
La legislazione antitrust in Europa
Anche in Europa, un’operazione come quella di WBD sarebbe soggetta al controllo della Commissione europea in base al Regolamento (CE) n. 139/2004 sul controllo delle concentrazioni.
Il test applicato è quello del “significant impediment to effective competition” (SIEC), che valuta se la fusione riduce in modo significativo la concorrenza effettiva.
Nel 2018, la Commissione autorizzò la fusione Disney/21st Century Fox solo dopo la dismissione di alcuni canali tematici, mentre la fusione Comcast/Sky fu approvata senza condizioni per l’assenza di sovrapposizioni dirette.
Nel Regno Unito, invece, oltre alla Competition and Markets Authority (CMA), interviene la Public Interest Test prevista dal Communications Act 2003, che considera anche il pluralismo dei media e l’indipendenza editoriale, specialmente in presenza di testate come CNN o Discovery.
Rischi legali e antitrust per i potenziali acquirenti
Nel caso di una possibile fusione tra Paramount Skydance e Warner Bros. Discovery, il principale rischio sarebbe di tipo orizzontale, cioè l’unione di due concorrenti diretti nello stesso mercato. In questo scenario, le autorità antitrust potrebbero imporre rimedi strutturali come la vendita di canali o diritti specifici, o introdurre limiti alle esclusive per evitare una posizione dominante nella distribuzione dei contenuti.
Diverso è il caso di Comcast/NBC Universal, dove il rischio è verticale: l’integrazione tra una rete di distribuzione e un produttore di contenuti può creare vantaggi competitivi ingiustificati. Qui, i rimedi tipici consistono in obblighi di accesso a condizioni eque (FRAND) e nella creazione di barriere informative (firewall) per garantire la separazione tra le attività operative.
Netflix, invece, presenterebbe un rischio concorrenziale più contenuto, ma potrebbe incontrare difficoltà d’integrazione con i modelli di business dei media tradizionali. In questo caso, l’ipotesi più sostenibile sarebbe un accordo parziale o una joint venture selettiva, piuttosto che una vera e propria acquisizione.
Oltre agli aspetti strettamente concorrenziali, un’operazione di queste dimensioni solleverebbe anche questioni di governance societaria, come la tutela degli azionisti minoritari o la neutralità fiscale, nonché profili contrattuali complessi legati ai diritti d’autore e di licenza.Le autorità, infine, potrebbero imporre dismissioni o vincoli d’uso su marchi iconici come DC Comics, HBO o Warner Bros. Pictures, per evitare che un singolo gruppo concentri troppo potere nel mercato dei contenuti premium.
Conclusione e rilevanza giuridica del caso
Il caso Warner Bros. Discovery mette in luce una sfida chiave per il diritto contemporaneo: come conciliare innovazione e pluralismo in un mercato dominato da pochi grandi attori globali.
Le norme nate nell’era dei cinema indipendenti e della TV analogica devono oggi confrontarsi con conglomerati che operano su scala planetaria e digitale.
Per i giuristi, questo significa ripensare concetti fondamentali come “mercato rilevante”, “posizione dominante” e “concorrenza effettiva” in contesti dove i confini tra produzione, distribuzione e piattaforma sono ormai sfumati.
Come ricordava la Corte nel caso AT&T/Time Warner, “non basta il timore astratto di concentrazione, serve la prova di un danno concreto”.
Oggi, però, la sensibilità regolatoria si è spostata: non si guarda solo ai prezzi, ma anche alla diversità dei contenuti, all’accesso equo e al diritto dei cittadini a un’informazione pluralista.
La possibile vendita di Warner Bros. Discovery non è solo una questione economica, ma un test cruciale per la tenuta del diritto della concorrenza nel XXI secolo.
Che si arrivi o meno a un’acquisizione, le autorità dovranno misurarsi con un equilibrio delicato tra libertà d’impresa e tutela del pluralismo.
Nel frattempo, per studenti e studiosi di diritto, il caso rappresenta un esempio perfetto di come le norme antitrust non siano soltanto numeri o formule economiche, ma strumenti concreti di equilibrio tra potere economico e interesse pubblico.
Bibliografia

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