Prezzi dell’energia in aumento: il ruolo dello Stretto di Hormuz nell’economia globale
- 21 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 23 mar

Articolo a cura di Matteo Biasetti
Revisionato da Pietro Guerini
Negli ultimi giorni, a seguito dell’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti all’Iran, il mercato energetico globale ha subito variazioni significative, portando il prezzo del petrolio a superare la soglia dei 100 dollari al barile, con oscillazioni fino a 90 dollari. Si tratta del picco più alto dal 2022, che segnò l’inizio del conflitto russo ucraino.
Al centro della crisi energetica attuale si colloca lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo per il commercio di petrolio e gas: la limitazione alla navigazione non può che avere conseguenze immediate sui mercati internazionali. A ormai tre settimane dall’inizio del crollo in Medio Oriente, gli effetti sono ormai evidenti: sospensione delle operazioni da parte delle compagnie di navigazione, ritiro delle coperture assicurative, tensione in aumento.
Secondo la società di analisi marittima Kpler, l’attività di navigazione è diminuita fino al 90%. Da un lato, gli Stati Uniti hanno esplicitato la loro volontà a scortare le petroliere con la loro marina, mentre, dall’altro, altri Paesi – come la Francia – stanno pianificando una missione volta a ripristinare il traffico marittimo.
Lo Stretto di Hormuz
Hormuz è uno stretto marittimo che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e quindi all’Oceano Indiano. Ogni giorno transitano circa 18 milioni di barili di petrolio, pari al 20% della domanda mondiale e oltre il 25% delle esportazioni globali di gas naturale liquefatto (GNL).
La portata strategica di Hormuz è ancora più evidente alla luce di un altro dato. Il primo produttore di barili di petrolio direttamente colpito dalla chiusura dello Stretto è l’Arabia Saudita, con 5,3 milioni di barili al giorno, corrispondente al 37,2% della produzione. Segue l’Iraq, con 3,24 milioni di barili al giorno e una quota del 22,8% della produzione; gli Emirati Arabi Uniti 1,83 milioni corrispondenti al 10,6%; il Kuwait invece 1,43 milioni, infine il Qatar (0,63 milioni al giorno) al 4,4%.
Se da una parte è presente il problema delle esportazioni, dall’altra si apre il tema delle importazioni: oltre l’80% del petrolio che attraversa lo Stretto è destinato ai mercati asiatici. In particolare, la Cina importa 5,35 milioni di barili al giorno (37,7%), l’India 2,1 milioni (14,7%), la Corea del Sud 1,7 milioni (12%), e il Giappone 1,55 milioni (10,9%). L’Europa importa 0,53 milioni di barili al giorno corrispondenti al 3,8%, seguita dagli Stati Uniti con 0,36 milioni di barili al giorno corrispondenti al 2,5%.
Hormuz e Suez a confronto: la debolezza della strategia geopolitica
Tentando un paragone tra lo Stretto di Hormuz e il Canale di Suez, si può dire che entrambi hanno dimostrato criticità nella logistica globale. Il Canale è un alveo artificiale situato in Egitto, a ovest della penisola del Sinai tra Porto Said sul Mar Mediterraneo e Suez sul Mar Rosso. Esso rappresenta uno snodo commerciale al centro del commercio globale.
Nel 1956 il Canale di Suez venne chiuso a seguito dell’occupazione militare da parte di Francia, Regno Unito e Israele, a cui si oppose l’Egitto (c.d. crisi di Suez). Il canale rimase chiuso per circa cinque mesi, fino alla sua riapertura nel 1957 dopo operazioni di sgombero e una missione di pace delle Nazioni Unite. Anche nella crisi di Suez è emersa la debolezza strategica: il valore delle esportazioni mondiali di merci nel 1956 era stimato intorno ai 92,4 miliardi di dollari, con circa 107 milioni di tonnellate transitati nel 1955. Tuttavia, una parte consistente delle merci fu fatta transitare attorno al Capo di Buona Speranza, comportando dunque un danno economico effettivo dovuto da ritardi e maggiori costi di trasporto.
A marzo 2021, seppur per una ragione diversa, il Canale di Suez fu completamente bloccato per circa una settimana come conseguenza dell’incagliamento trasversale della portacontainer Ever Given, fermando centinaia di navi e rallentando il commercio tra Asia ed Europa.
Seppur in quell’occasione fu un incidente logistico, il mercato globale vacillò ancora: attraverso il Canale circolava il 12% del commercio mondiale, corrispondente a 9,6 miliardi di dollari al giorno. Questa “chiusura” forzata comportò ritardi nelle consegne e un’impennata dei costi di trasporto, già esponendo le criticità strategiche per il trasporto di merci.
Il Jolly: l'energia russa
A seguito della crisi in Medio Oriente, il petrolio russo torna ad essere una potenziale fonte di approvvigionamento. Questo scenario ha quindi riaperto il dibattito sulle sanzioni occidentali contro la Russia, introdotte dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Facendo un passo indietro, le importazioni europee di petrolio russo sono crollate dal 27% a circa il 3%, mentre le importazioni europee di gas russo sono quasi dimezzate, dal 45% a meno del 19% grazie a diversificazione e importazioni alternative.
L’amministrazione statunitense ha cominciato dunque a vagliare la possibilità di alleggerire temporaneamente alcune restrizioni sul petrolio russo, nel tentativo di calmierare i prezzi. L’idea sarebbe quella di permettere una maggiore esportazione di petrolio russo verso mercati terzi, almeno fino a quando la crisi nello Stretto non si sarà stabilizzata. Una scelta che suscita forti critiche, provenienti dall’Europa e soprattutto dall’Ucraina, dove molti leader temono che l’allentamento delle sanzioni possa rafforzare economicamente il Cremlino.
Il Presidente degli Stati Uniti ha promesso interventi per stabilizzare il mercato: il rilascio di petrolio dalle riserve strategiche americane, il sostegno alle rotte di navigazione nello Stretto con la marina e una possibile, nonché temporanea, revisione delle sanzioni energetiche contro la Russia. Donald Trump ha infine dichiarato che, nel tentativo iraniano di bloccare completamente il traffico nello Stretto, gli Stati Uniti “reagirebbero venti volte più duramente”.
Conclusione
La crisi in Medio Oriente dimostra quanto il sistema energetico mondiale resti vulnerabile a tensioni geopolitiche concentrate in pochi punti strategici. Anche nel 2026, nonostante i progressi nelle energie rinnovabili e nella diversificazione delle forniture, il petrolio continua a rappresentare una componente essenziale dell’economia globale.
Finché una quota così significativa dell’offerta globale passerà attraverso lo Stretto di Hormuz, ogni tensione geopolitica nella regione continuerà ad avere effetti immediati sui prezzi del petrolio, comportando oltretutto un aumento dell’inflazione e una diminuzione della stabilità economica globale. A tal proposito, infine, resta aperta la riflessione sul decentramento dei centri di potere strategico come lo Stretto di Hormuz.
Bibliografia

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